La difficoltà degli insegnanti ad appassionare i bambini ai libri
Collaboro spesso con le scuole in qualità di esperta e registro sempre da parte degli insegnanti l’urgente bisogno di avvicinare i propri alunni alla lettura.
In questi giorni, poi, in occasione dell’iniziativa nazionale #ioleggoperché, promossa dall’Associazione Italiana Editori e giunta alla sua decima edizione, le scuole si attivano in modo particolare, mettendo in campo diverse azioni: dall’individuazione di libri con temi specifici da leggere in classe o a casa alla proposta di attività didattiche collaterali alla lettura; dalle letture animate con esperti esterni agli incontri con gli autori.
Che un insegnante sia a sua volta un accanito lettore oppure no (ebbene sì, non tutti gli insegnanti leggono!), ognuno cerca di fare la propria parte in quella che ormai è una vera e propria crociata: accendere nei bambini il sacro fuoco della lettura! Eppure…
Eppure sembra non funzionare. E questo non lo dico io, ma i dati.
Sempre più libri, ma sempre meno lettori
L’Osservatorio Kids dell’AIE in collaborazione con Pepe Research il 31 marzo di quest’anno – in occasione dell’ultima edizione della Bologna Children’s Book Fair – ha presentato gli ultimi dati sul mercato del libro e sulla lettura tra la popolazione 0-14 anni.
Cosa ci dice questa ricerca? Che il mercato editoriale rivolto a questo target è cresciuto considerevolmente negli ultimi cinque anni, nonostante il calo demografico. Insomma, si comprano più libri rispetto agli anni precedenti (anche grazie a iniziative come #ioleggoperché che prevede proprio un sistema di donazioni a scuole e biblioteche), ma (attenzione!) i lettori diminuiscono. Gli altri dati della ricerca ci dicono infatti che:
- l’aumento degli acquisti riguarda la fascia 0-5, ma è in calo nella fascia 6-9 e ancor di più in quella 10-14;
- i lettori sono sempre più occasionali;
- diminuisce il tempo medio settimanale dedicato alla lettura;
- il piacere di leggere raggiunge una stentata sufficienza.
Il dato che i numeri calino a partire dai 6 anni ci dice che è proprio a scuola, lì dove dovrebbe iniziare il percorso di formazione del lettore autonomo, che paradossalmente comincia l’inesorabile allontanamento dall’innato piacere della lettura e della narrazione.
Proviamo a capire, quindi, perché tutte le attività di promozione alla lettura di cui sopra, nonostante la buona volontà di scuola e insegnanti, non producono i risultati attesi. Come mai? Cos’è che la scuola e gli insegnanti sbagliano?
Cos’è che non funziona nella promozione della lettura a scuola?
Provo ad elencare in estrema sintesi le criticità, anche se ciascuna di esse meriterebbe un approfondimento a parte.
1. Associare la lettura ad attività didattiche
Innanzitutto, gli insegnanti hanno questo brutto vizio di ricondurre la lettura alla didattica. Leggere un libro è sempre strumentale al raggiungimento di un obiettivo puramente didattico. E così in seguito alla lettura ecco i riassunti, i temi, le schede di comprensione del testo, l’analisi di struttura, stili e personaggi, disegni e addirittura gli (inutili) incontri con gli autori.
Eppure nessun adulto si sognerebbe di obbligare un altro adulto a produrre materiale scritto o orale su un libro che ha appena letto per dare prova di aver imparato chissà cosa sulla scrittura o compreso chissà quale insegnamento sulla vita.
A corollario di questa criticità, c’è il fatto che la lettura di un testo di narrativa (non la lettura di brani antologici) non è una pratica quotidiana nelle classi, ma (appunto) un progetto, qualcosa che si apre e si chiude, che deve produrre un risultato, un “esito” visibile e condivisibile, addirittura misurabile.
La lettura, quindi, non è quasi mai fine a se stessa, non è puro piacere, sogno, godimento, emozione (tutte cose che la lettura naturalmente provoca nei lettori), ma è un compito da svolgere e sul quale essere anche valutati.
2. Non conoscere la letteratura per ragazzi
Se le precedenti sono criticità di metodo, quelle che seguono sono criticità più spinose e delicate, perché legate a una certa forma mentis della categoria insegnanti e per questo più difficili da risolvere.
La prima è che la maggior parte degli insegnanti non conosce la letteratura per l’infanzia e per i ragazzi, né quella classica né tantomeno quella contemporanea. Quando dico che non la conosce, intendo che non la legge abitualmente. Non avendo pertanto alcuna conoscenza sull’argomento, molti insegnanti non hanno gli strumenti per distinguere un buon libro da un brutto libro, la vera letteratura dal mero prodotto editoriale.
Conseguentemente, le proposte ricadono su testi moralistici, melensi, furbi, che strizzano l’occhio all’attualità e all’educazione civica. Insomma, su quei libri commerciali tanto venduti e conosciuti, che tutto sono fuorché Letteratura con la L maiuscola.
Il risultato? Il libro non piacerà semplicemente perché brutto e il bambino trarrà così le sue conclusioni: leggere è noioso, le storie dei libri sono noiose!
3. Pensare che il libro debba “educare”
Ma il punto cruciale della questione è che gli insegnanti scelgono libri brutti anche, e soprattutto, perché credono che i libri debbano “educare”. I libri che hanno questa pretesa sono sempre libri brutti, lontanissimi dal sentire e dai bisogni di bambini e ragazzi.
“Ma come?” – diranno genitori e insegnanti – “Un libro deve allora diseducare?” Non esattamente, ma la letteratura non nasce per “educare” o, meglio, non nel senso che diamo noi adulti oggi a questa parola.
Se per “educare” intendiamo che il libro debba usare la storia e i suoi protagonisti per dar voce agli inutili predicozzi e sermoni dell’adulto, allora possiamo stare sicuri che non farà un buon servizio al lettore; lettore che – seppur bambino – vuol soddisfare (attraverso la lettura) lo stesso bisogno dell’adulto, ovvero avere accesso a se stesso.
I bei libri per bambini e per ragazzi non devono quindi condurre il lettore nel mondo “civilizzato”, ma nel suo mondo interiore, perché esplori le zone più oscure, magiche, enigmatiche dei suoi pensieri e dei suoi sentimenti; perché possa ritrovare nella storia ciò che lui (e non l’adulto!) sogna, ama, teme, ciò in cui crede e dispera.
Nell’articolo “Quando un libro per l’infanzia è davvero un’opera letteraria” approfondisco il tema, indicando i sei elementi di un libro in grado di attirare l’interesse dei bambini.
4. Proporre libri tematici e sull’attualità
La conseguenza di questa idea ottocentesca di “educazione” (continuo doverosamente a mettere tra virgolette questa parola) è che gli insegnanti tendono a escludere dalla lista dei libri da proporre proprio quelli che i bambini amano di più, ovvero i libri avventurosi, fantastici, audaci, che ci presentano un’infanzia ribelle, selvaggia, curiosa. Questi libri sono spesso considerati libri di puro svago e intrattenimento e, quindi, non “educativi”.
Al loro posto si preferiscono libri costruiti attorno a un “tema” – la gentilezza, gli alberi, le emozioni, l’inclusione, il bullismo, il razzismo, il femminismo! – ritenuti più “educativi” perché immediatamente riconducibili all’attualità. Questi libri vengono proposti come più sicuri e facilmente interpretabili dagli adulti, con contenuti chiari e diretti, pensati per trasmettere un messaggio riconoscibile e controllabile, invece di stimolare la libertà immaginativa dei bambini.
In altre parole – come spiega bene Giorgia Grilli nel suo bellissimo saggio “Di cosa parlano i libri per bambini” – genitori e scuola si ostinano ad “educare” tenendo i bambini “dentro”. Non solo dentro le case, dentro le aule e qualsiasi altro luogo, chiuso o all’aperto, controllato dagli adulti, ma anche dentro certi libri senza alcuno slancio vitale, tristemente confinati nel recinto della morale spicciola e in quello, altrettanto angusto, del “tema”.
Eppure l’educazione (questa volta senza virgolette) deve “e-ducere”, condurre fuori, appunto! E non solo metaforicamente. È l’esperienza del “fuori” che educa, un fuori che non è il mondo civile o (peggio) l’attualità, ma quello vegetale, animale, spirituale, soprannaturale.
Ecco perché i libri per bambini non hanno bisogno di temi, ma del tema, quello universale, dell’umano che agisce e si confronta con un fuori (i luoghi lontani e magici dell’avventura, della scoperta, del pericolo e in cui l’adulto è assente o lontano), che per essere narrati necessitano di un linguaggio immaginario, onirico, surreale. Un “fuori” nel quale bisogna imparare a sopravvivere, ma che nello stesso tempo simbolicamente rappresenta il “dentro”: non quello delle pareti, delle regole, degli schemi, delle logiche del razionale, ma il “dentro” del proprio animo.
Investire sulla formazione degli insegnanti per promuovere la lettura
Penso che la scuola dovrebbe investire le proprie risorse nella formazione agli insegnanti su come e perché proporre i libri ai bambini. Bisogna fare un cambio di paradigma, estirpare questa terribile idea che riduce il libro a un trattatello morale e il momento della lettura a un’attività didattica in cui imparare.
Ancora una volta, bisogna lavorare e investire sugli adulti che educano, più che sui bambini stessi. Spostare il problema e l’attenzione a monte. E soprattutto avvicinare gli adulti, prima ancora che i bambini, alla letteratura per l’infanzia, perché è leggendo i loro libri che possiamo davvero imparare (noi sì!) a conoscerli e capirli davvero.
Credits: immagine generata con Sora (ChatGPT, OpenAI).








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