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Giochi di narrazione in scatola per bambini dai 6 anni in sù

Giochi di narrazione in scatola dai 6 anni in su

Questa settimana riprendiamo il tema dei giochi di narrazione in scatola. Se nel precedente articolo “L’inventafiabe. Gioco di narrazione in scatola” vi ho segnalato una interessante proposta per bambini da 3 a 6 anni, nell’articolo di oggi vorrei sottoporre alla vostra attenzione due proposte di gioco della Erikson, entrambe di Giulia Orecchia: “Le mille e una storia” e “Mille teatrini”.

Partiamo innanzitutto dal grande valore aggiunto di questi giochi: la qualità altissima delle illustrazioni. Giulia Orecchia è infatti un’illustratrice di prim’ordine (allieva di Munari e Premio Andersen, per intenderci) per cui prima che davanti a un gioco, bambini e adulti si troveranno davanti a una vera e propria galleria d’arte.
Insomma, un’educazione all’arte visiva, oltre che alla narrazione.

I due giochi sono molto diversi, ma entrambi danno mille possibilità di varianti di giochi e sono davvero adatti (come indicato dall’editore) fino a 99 anni! Perché quando si parla di immaginazione e di storie i livelli di allenamento del pensiero creativo vanno di pari passo con l’età e con l’esperienza del giocatore.

MILLE TEATRINI

Parto dal secondo, che è secondo perché successivo a “Le mille e una storia” rispetto alla data di pubblicazione. A differenza di quest’ultimo, ci troviamo di fronte a un gioco particolarmente strutturato. Proprio come “L’inventafiabe”, di cui vi ho parlato nel precedente articolo, il gioco è ideato pensando allo scheletro, all’impalcatura di una storia immaginata per la scena o comunque per la sua rappresentazione.

Anche qui, quindi (come per “L’inventafiabe”), le carte del gioco sono espressamente riferite agli ingredienti principali di una storia:

  • le carte ‘Fondale’, ovvero il ‘Dove’ della storia, il luogo in cui sarà ambientata;
  • le carte ‘Elementi di Scena’ che rappresentano oggetti;
  • le carte ‘Purtroppo’, ovvero quelle che indicano il problema, la situazione difficile in cui si trovano i personaggi;
  • le carte ‘Per fortuna’, ovvero quelle che fanno uscire felicemente da una situazione di difficoltà, e che quindi svolgono la funzione di aiuto o semplicemente di ‘lieto fine’.

La scatola, inoltre, è fatta in modo tale da fungere da teatrino su cui allestire, proprio come su un vero e proprio palcoscenico, tutta la scena!

Le istruzioni presenti nella scatola permettono di organizzare (con 1, 2 o più giocatori, nonché in squadre) fino a 9 giochi diversi, ma (come già detto sopra) le varianti sono davvero infinite.

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LE MILLE E UNA STORIA

Questo gioco è altrettanto bello, ma a mio avviso più complesso perché qui manca (volutamente, forse?) una struttura che possa fare da guida al processo di creazione.
Tale mancanza si traduce senz’altro in maggior libertà, ma quando si parla di immaginazione una maggiore libertà non coincide affatto con una maggiore facilità a immaginare. Anzi: sono proprio i ‘vincoli’ e le ‘strutture’ (via via sempre diversi) che facilitano lo sviluppo del pensiero creativo.

Gioco di narrazione Le mille e una storia

Potrei provare a esprimere questo concetto, definendo la seguente regola:

Maggiore è la libertà, maggiori saranno le probabilità di ottenere un lavoro standardizzato, omologato, convergente con schemi e strutture convenzionali. Al contrario, maggiori saranno i vincoli e maggiori saranno le probabilità che il “giocatore” riesca a immaginare qualcosa di completamente nuovo e originale, che diverge dagli schemi e dalle strutture già date, che non si limiti (cioè) a essere la copia di qualcosa di già visto e/o sentito.

Tornando al nostro gioco, “Le mille e una storia” è praticamente una ‘Tombola’. Nello specifico ha:

  • 1 tabellone ‘Tombola’;
  • 2 tabelloni ‘Mappa’ (Mappa dei Regni’ e ‘Mappa dell’Isola’);
  • 90 numeri da estrarre;
  • 60 carte misteriose

Ora, se è vero che, come in tutti i tipi di gioco, l’elemento della causalità ha la sua importanza e svolge la sua precisa funzione anche all’interno di un processo squisitamente artistico-creativo, in questo gioco è vero anche che la sequenza di immagini pescate dal giocatore non avviene all’interno di contenitori specifici (per esempio: un luogo, un personaggio, un’azione, un problema, una soluzione, ecc.). Ciò significa che il giocatore potrebbe pescare una terna così composta: una scarpa, un gatto, un albero.
Capite bene che in questo tipo di sequenza non c’è un ‘percorso’ all’interno del quale muoversi (abbiamo solo un protagonista e due oggetti) e quindi è molto difficile che un bambino piccolo possa riuscire a inventare una storia propriamente detta.

Le carte misteriose sono sicuramente la ciliegina sulla torta di questo gioco, in quanto sono immagini in un certo senso “astratte”, i cui significati vanno cioè cercati e possono essere davvero infiniti. In questo senso le chiamerei carte ‘emotive’ o ‘evocative’, perché rimandano a un’immagine interna, più che esterna. Capite bene che decifrare carte del genere è una capacità che appartiene a bambini più grandi e con una capacità di immaginazione già molto sviluppata. Questo non vuol dire che non possano funzionare (e quindi essere usate) con bambini più piccoli, ma in quest’ultimo caso sarà necessario un lavoro di affiancamento dell’adulto, il quale, ovviamente, non dovrà suggerire risposte, ma stimolare attraverso domande.

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Un’ultima riflessione e qualche suggerimento in più

Concludendo, anche se io e Lorenzo ci abbiamo giocato molto, suggerisco questo secondo gioco in scatola in particolare:

  • a bambini più grandi o che comunque abbiamo già dimestichezza con quella che è l’anatomia delle storie;
  • ad adulti (genitori e insegnanti) che abbiano già competenze nell’ambito della scrittura creativa, anche se nulla toglie che proporre questo gioco ai propri alunni significhi di fatto sperimentare sul campo che tipo di capacità il gruppo già abbia o non abbia sviluppato;
  • più che alla costruzione di storie vere e proprie, proporrei questo gioco per attività legate alla scrittura creativa in senso lato, quindi, a d esempio, per scrivere un componimento poetico o un breve racconto o una breve pagina di diario.

Infine, suggerisco di utilizzare il gioco con estrema fantasia. Il primo ‘creatore’, dunque, deve essere l’adulto nel momento in cui dovrà inventare diversi giochi e attività calibrate sul proprio bambino e sul proprio gruppo-classe, avendo ben chiaro il punto di partenza e il punto di arrivo, magari ‘segmentando’ le proposte di gioco in attività propedeutiche all’invenzione di una storia vera e propria. Io, ad esempio, l’ho trovato molto utile all’interno dei nostri laboratori teatrali nella parte della lezione che dedichiamo all’improvvisazione e alla creazione scenica.

Una delle nostre storie

Per chiudere, vi trascrivo qui una breve storia inventata da mio figlio Lorenzo (6 anni) una delle ultime volte che ci abbiamo giocato.

Io spesso uso il registratore vocale. Consiglio anche a voi di farlo: è sempre bello ascoltare una storia inventata di sana pianta da un bambino dalla loro viva voce, oltre al fatto che è utile tenerne traccia.

Questa storia è stata inventata partendo da questi tre elementi (ovviamente pescati casualmente): oca – ascia – fragole.

“C’era una volta un’oca che adorava starnazzare. E quando starnazzava, tutti gli abitanti del paese si dovevano tappare le orecchie. Il suo strillo era praticamente assordante! Ma un giorno l’oca mangiò delle fragole e subito dopo averle mangiate si mise a starnazzare, ma il suo strillo non si sentiva più. Tutti gli animali quando si accorsero che le fragole erano state mangiate pensarono: “Non è che le fragole le ha mangiate l’oca? Perché queste fragole fanno perdere la voce!”. E allora andarono dall’oca (che si chiamava Pina) e le dissero: “Oca! Oca! Hai mangiato le fragole!!! Ora dobbiamo spelacchiarti con l’ascia, perché non abbiamo un rasoio!”. E la spelacchiarono. Così l’effetto delle fragole sparì e l’Oca Pina cominciò di nuovo a starnazzare, anche se non aveva più le sue penne”.

Ci sarebbe molto da dire sull’immaginario (reale e fantastico) che una storia del genere porta con sé: proprio come una fiaba della migliore tradizione classica, la semplicità della forma e del linguaggio traduce a livello simbolico significati che sono invece molto complessi: si tratta, infatti, di una rielaborazione inconscia del proprio vissuto interiore.

Ciò che un bambino riesce a tirar fuori da sé attraverso la narrazione fantastica è straordinariamente interessante e stupefacente, non credete?

Voi che ne pensate?


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Alessandra Maltempo

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