Rivendicare la presenza: una nuova idea di genitorialità
C’è un pensiero che torna spesso, soprattutto ogni volta che parlo di genitorialità con altri padri e madri: perché conciliare lavoro e famiglia deve essere sempre una lotta all’ultimo minuto? Perché passare più tempo con i figli sembra un lusso o un sacrificio?
Troppo spesso viviamo la cura dei nostri bambini come un compito faticoso, un peso da gestire tra mille scadenze e impegni. Eppure il tempo trascorso con loro è una delle più autentiche occasioni di benessere di cui noi adulti possiamo beneficiare. Non è forse infatti il tempo con loro – il tempo puro, quello senza orologio – ciò che ci restituisce verità, equilibrio, senso?
Forse dovremmo capovolgere i termini della questione, ribaltare la prospettiva. Perché non si tratta solo del diritto dei figli ad avere genitori presenti e coinvolti, ma anche – e soprattutto – del diritto dei genitori a potersi concedere quella presenza, a rivendicare la possibilità di vivere la genitorialità non come un dovere sociale, ma come una scelta vitale, rigenerante.
Essere con i figli non è tempo sottratto al lavoro; semmai è il lavoro che sottrae ai figli, i quali – in questo nostro contesto socio-economico regolato dalla legge della produttività – sono declassati al “resto della vita” e non alla vita stessa, ai ritagli di tempo e non alla quotidianità, alla straordinarietà dell’esperienza “wow” da organizzare nei weekend e non all’ordinarietà di occasioni semplici, ma autentiche di vicinanza emotiva.
Per questo dovremmo portare avanti questa battaglia con lo stesso vigore con cui portiamo avanti quella – altrettanto sacrosanta – del sostegno nella cura e nell’accudimento dei nostri figli.
Ecco quindi un breve elenco di quelli che, a mio avviso, dovremmo cominciare a riconoscere come diritti (e non solo come doveri) di noi genitori.
5 diritti per una genitorialità presente
1. Diritto ad avere più tempo
Innanzitutto, possiamo e dobbiamo riappropriarci del diritto al tempo da trascorrere con i nostri figli.
Per educare a 360 gradi i nostri figli, ci vuole tempo, infatti. Quello che non abbiamo. Quello che non ci è concesso. E il tempo-qualità da solo spesso non basta. Serve anche la quantità.
Il diritto al tempo è dunque il “diritto-genitore” ovvero quello senza il quale l’esercizio degli altri (seguenti) diritti diventa più difficile e faticoso.
2. Diritto a ritagliarsi spazi di intimità
Nel rapporto tra genitori e figli, l’intimità è insita alla natura del rapporto stesso, direte voi. Ma io non parlo dell’intimità fisica, quella fatta di gesti di cura e di affetto quotidiani. Parlo di un’intimità diversa.
Non avete mai la sensazione che la “connessione” con vostro figlio subisca continue interferenze? Che c’è sempre qualcosa tra lui e voi? Che c’è sempre un pensiero da scacciare, una telefonata a cui rispondere, una cena da preparare, una faccenda da sbrigare che si mette in mezzo come un terzo incomodo? A me succede continuamente!
Questa cosa di essere interrotti, distratti, di non riuscire a dedicare loro – completamente! – occhi, parole, mente e braccia, seppur per un tempo relativamente limitato, è frustrante ed alimenta il senso di stanchezza e fatica che spesso ci pervade.
L’intimità di cui parlo è quindi quella che si crea in assenza di tutto il resto, è un “vuoto” che si riempie da sé di un prezioso significato e la ‘connessione’ che così, finalmente, si instaura (a tratti magicamente telepatica!) crea le condizioni perché possiamo sentirci davvero di assolvere al nostro ruolo: quello di educare.
3. Diritto a esercitare il dialogo
Nella condizione di intimità di cui sopra, possiamo infatti mettere in atto una potente azione educativa: quella del dialogo.
Non si tratta di parlare del più o del meno. O, meglio, spesso un dialogo potrebbe iniziare benissimo così, ma poi, senza forzature, deve andare oltre. Come?
Partiamo dalla parola stessa – dialogo – che nel suo significato etimologico vuol dire contrapposizione di pensieri e idee. No, non mi riferisco a un litigio o a una discussione, ma a un vero e proprio esercizio filosofico, in cui il confronto pacifico di opinioni ha l’obiettivo di stabilire una “verità”.
Ora, cosa c’entra tutto questo con i nostri figli, soprattutto se piccoli? C’entra, se pensiamo a questa contrapposizione in termini di visione del mondo. Dalla semplice condivisione di un’esperienza, di un ricordo, di un evento o dallo scambio di opinioni intorno a un film o a un libro, possiamo ascoltare il nostro bambino, carpire il significato più intimo e profondo delle sue domande, dei suoi dubbi o delle sue convinzioni. Possiamo accogliere il suo punto di vista e provare ad ampliare il suo orizzonte, proponendogli nuove chiavi di interpretazione e conoscenza della realtà.
Attraverso il dialogo, inoltre, possiamo anche fare un esercizio di empatia, grazie al quale trovare un nuovo punto di vista, il suo (spesso più saggio, più logico, più ambizioso del nostro) e fare una sana autocritica.
4. Diritto a coltivare i sentimenti
Come dice Galimberti “Se le emozioni sono in parte naturali in parte orientate dall’educazione, i sentimenti non li abbiamo per natura, ma per cultura. I sentimenti si imparano.”
In che modo si imparano i sentimenti? Attraverso la letteratura!
Se è vero che la letteratura svolge la funzione di comprendere e interpretare l’esistenza nel suo significato più profondo, la letteratura per l’infanzia ne assolve anche un’altra, quella – attraverso l’immedesimazione nel protagonista della storia – del riconoscimento della condizione dell’essere bambino.
Tale riconoscimento e, meglio ancora, le azioni e le risorse (interne ed esterne) che il protagonista mette in campo per superare le difficoltà, mostrano al lettore le infinite possibilità di percepire se stesso e gli altri, di comprendere e rispondere ai propri bisogni e di proiettarsi gradualmente verso la condizione di adulto anche attraverso la forza del desiderio.
Leggere, quindi, sempre, ogni giorno, “per” e “con” il nostro bambino. La sera, a letto, quando il buio rende invisibile agli occhi ciò che di giorno è visibile (per parafrasare la nota frase di un noto libro), concediamoci dunque il diritto al nostro momento di intimità e di dialogo sui sentimenti con il nostro bambino.
5. Diritto a nutrire la curiosità
La stagione dei “perché” non dovrebbe arrestarsi improvvisamente, eppure spesso ciò accade intorno ai 6 anni, proprio quando i bambini fanno il loro ingresso nella Scuola Primaria. In questo periodo, le domande dei bambini continuano a essere incessanti e curiose, ma può capitare che le risposte che diamo siano superficiali e frettolose. Così, senza volerlo, rischiamo di gettare acqua sul desiderio di conoscenza che, come un fuoco, brucia dentro ogni bambino.
Quando, nei primi 7-8 anni di vita, il pensiero magico dei bambini la fa ancora da padrone, la maggiore difficoltà nel dare risposte soddisfacenti alla loro curiosità sta nella necessità di semplificarle, ovvero di tradurle con parole, concetti e metafore alla loro portata. Allora può essere utile farci aiutare dai libri e da quegli autori che con il linguaggio dei bambini hanno più dimestichezza.
Sono tantissimi i libri sui “perché” a mio avviso validi. Quelli che però mi sento di consigliarvi sono quelli che dalle domande più bizzarre dei bambini non si lasciano spiazzare, ma vi giocano in maniera leggera, profonda e fantasiosa, proprio come leggera, profonda e fantasiosa è l’anima dei bimbi.
Ve ne consiglio due su tutti: “Perché io sono io e non sono te?” di Tomi Ungerer e “Il libro dei perché” di Gianni Rodari.
Quando i bambini sono più grandi e bisogna quindi accompagnarli alla scoperta delle cose del mondo attraverso un pensiero più logico e razionale, i loro perché diventano occasione di conoscenza anche per noi.
Mio figlio, ad esempio, fa continuamente domande che riguardano l’universo e leggi fisiche e meccaniche. Poiché io in queste cose sono una frana, succede che le risposte io debba cercarle con lui, cosicché leggere, sfogliare, guardare, diventa un’attività che facciamo davvero insieme, in quanto è il desiderio di entrambi di “sapere per comprendere” (come direbbe Howard Gardner) che quel momento condiviso va a soddisfare.
E voi cosa ne pensate? Quali possono essere altre soluzioni o piccoli cambiamenti per garantirci un esercizio più pieno del diritto a essere genitore? Lasciate un commento o scriveteci via mail a redazione@accademiadeglistracuriosi.it.
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