L’infanzia come spazio originario dell’esperienza
In tutta la sua opera, il filosofo e scrittore tedesco del ’900 Walter Benjamin ci restituisce un’idea di infanzia come “luogo dell’anima”. Soprattutto nel suo libro Infanzia berlinese, scritto negli anni ’30 e in cui rievoca i personali ricordi infantili, Benjamin associa l’infanzia a una dimensione profonda e originaria dell’esperienza, a una sorta di spazio interiore, quasi mitico, dove percezione, immaginazione e memoria si intrecciano.
Pensare all’infanzia come luogo dell’anima significa quindi riconoscerle una condizione privilegiata dell’esperienza, in cui si custodiscono i significati profondi dell’esistenza stessa. Questa visione dell’età infantile è comune a moltissimi filosofi, psicologi e soprattutto autori di libri per bambini, così come è comune l’idea che poi, una volta diventati adulti, questo luogo venga abbandonato e l’anima perduta.
La civiltà della velocità e l’incapacità di fermarsi
E infatti, che cosa rimane oggi della nostra anima? Nella civiltà della tecnologia, della velocità, dell’iperproduzione e dell’iperattività, del consumismo, della performance e dell’omologazione, dov’è esattamente la nostra anima?
L’anima non c’è. O, se c’è, è in burnout. Non si tratta di semplice stanchezza o esaurimento (condizioni perenni del nostro stato di salute fisica e mentale), ma di una condizione psichica più profonda, quasi spirituale. I sintomi non sono la semplice perdita di energia, ma l’incapacità di fermarsi, di soffermarsi, di abitare un vuoto fertile.
Viviamo costantemente immersi in un flusso di compiti e prestazioni, in cui il tempo si spezzetta e diventa una sequenza di impegni. E la frase che ripetiamo più spesso, insieme a “Sono stanco, sono stressato”, è: “Non ho tempo!” (a tal proposito ti suggerisco di leggere l’articolo “Guarda!” e “Aspetta!”: due verbi per riflettere sulla relazione adulto-bambino).
Ma non abbiamo tempo per fare cosa, esattamente? Tempo per vivere, per sostare. Siamo sempre occupati in qualcosa, e ogni pausa ci sembra una perdita di opportunità. Eppure, per respirare, l’anima ha bisogno di silenzio, di distanza, di riti, di categorie filosofiche capaci di riconnetterci con la nostra interiorità, come suggerisce Byung-Chul Han nel suo bellissimo libro Le non cose. Come abbiamo smesso di vivere il reale.
Tempo quantitativo e tempo qualitativo
I greci direbbero che il nostro unico tempo possibile è Krònos (χρόνος) e che abbiamo totalmente perso il contatto con l’altro tempo, Kairós (καιρός).
Se infatti Krònos è il tempo lineare, quantitativo, misurabile (ore, giorni, stagioni, anni), Kairós è il tempo opportuno, qualitativo, esperienziale, vissuto intensamente e non misurabile.
I bambini, che abitano il luogo dell’anima, vivono naturalmente più vicino a Kairòs che a Krònos: non misurano il tempo, ma ne sperimentano l’intensità, il presente. Il gioco, la scoperta, la curiosità sono “tempi pieni”, privi di ansia per le scadenze.
Il senso del tempo nei bambini
Questo tema del tempo mi affascina e mi affligge da anni. Da quando ho un figlio, percepisco sulla mia stessa pelle quanto per noi adulti il tempo sia sempre qualcosa che sfugge, da rincorrere o risparmiare, accelerando ogni azione per guadagnarne altra. Ma tutti quei minuti, ore, giorni recuperati non li investiamo nel tempo “puro”, bensì in altro tempo produttivo. Così, in un paradosso doloroso, diventiamo carnefici di noi stessi.
Osservare i nostri bambini, invece, che vivono in un tempo dilatato, in un eterno presente senza angoscia per il futuro, è fonte di ispirazione. Ma soprattutto è possibilità: la possibilità di stare, grazie a loro, nell’attimo; nel tempo colto, non produttivo, autentico e vivo, che si manifesta in una chiacchierata sul divano, in una passeggiata senza meta, in una colazione fatta con calma.
E invece di condividere con loro questa dimensione dilatata, noi adulti – come Krònos – “consumiamo” e controlliamo il tempo dei bambini, soffocando la percezione non lineare del loro tempo, in cui possono esprimersi spontaneità, creatività, pensieri e fantasie.
Sul tema del confronto tra il modo in cui adulti e bambini vivono il tempo, e sulla possibilità che noi adulti possiamo abitare questa dimensione salvifica, ho scelto tre albi illustrati bellissimi.
3 albi illustrati per bambini che insegnano agli adulti a rallentare
1. Non ora Bernardo
Autore: David McKee | Edizioni: Mondadori | Età di lettura: 3+
Un grande classico della letteratura, che per me è in assoluto uno dei migliori dieci libri illustrati di tutti i tempi: “Non ora, Bernardo”. È la storia di un bambino ignorato dai genitori, sempre troppo occupati per ascoltarlo. Quando un mostro compare, mangia Bernardo e prende il suo posto, gli adulti continuano a non accorgersi di nulla.
La cosa più sorprendente è il tono ironico che l’autore riesce a tenere per tutto il libro, nonostante l’inquietudine sottesa alla storia. Il tempo “produttivo” qui assorbe a tal punto i due genitori da rendere il tempo del bambino prima (quello puro dell’immaginazione) e il bambino stesso poi invisibili!
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2. Aspetta
Autrice: Antoinette Portis | Edizioni: Il Castoro | Età di lettura: 3+
Un libro apparentemente semplice, ma molto profondo; racconta una passeggiata in città dal punto di vista di una bambina. Mentre la madre è (come sempre) di fretta, la bimba si ferma ad osservare piccoli dettagli – una lumaca, un cane, le crepe del marciapiede – scoprendo un mondo ricco e sorprendente.
Un invito a noi adulti a rallentare, a guardare, a contemplare, per riscoprire, grazie al tempo dilatato dei nostri bambini, un mondo che custodisce tutta la sua meraviglia proprio nelle cose che ignoriamo o diamo per scontate.
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3. Stavo pensando
Autori: Sandol Stoddard · Ivan Chermayeff | Edizioni: Topipittori | Età di lettura: 4+
Qui siamo nel linguaggio poetico più autentico. Un albo con un crescendo emotivo potentissimo (non riesco a leggerlo senza piangere) che dà voce ai pensieri di un bambino. Sono frasi brevi, apparentemente sconnesse; ma così è libero e immaginifico fluire della mente di un bambino fatto di spontanee associazioni, grandi domande, affascinanti intuizioni, improvvise emozioni.
Contraltare di questo tempo decisamente sospeso del pensiero infantile è la voce della mamma che invita il figlio, sempre più spazientita, a sbrigarsi, a muoversi, a ottemperare ai suoi compiti quotidiani. Un autentico piccolo trattato di filosofia e pedagogia, racchiuso in un albo e che esplora in profondità due mondi così diversi e, per certi versi, incomunicabili.
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Credits: immagine generata con Sora (ChatGPT, OpenAI).








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