Scettico non è chi non ha Fede. Anche lo scettico ha un Credo e il suo Credo è il Dubbio.
Cosa c’entra tutto questo con l’educazione e, in particolare, con l’insegnamento?
Proverò a spiegarlo qui.
Perché il dubbio è necessario?
Quando ero ancora una liceale, ricordo che lessi con molto piacere il libro “Storia delle filosofia Greca” di quel grande divulgatore della filosofia che fu Luciano De Crescenzo.
Uno dei capitoli che mi rimase in assoluto più impresso fu quello sugli scettici che vedeva come seguace dei nostri giorni, il professor Colella, un personaggio stravagante e simpaticissimo.
Colella divideva il mondo in due grandi categorie: quella dei punti interrogativi e quella dei punti esclamativi ovvero i soldati del Dubbio e quelli della Certezza Assoluta; categorie che spiega così:
Quando incontrate un punto interrogativo, non abbiate paura: è sicuramente una brava persona, un democratico, un uomo con il quale potete discutere ed essere in disaccordo. I punti esclamativi invece sono pericolosi: sono i cosiddetti uomini di Fede, quelli che prima o poi prendono le “decisioni irrevocabili”. […]
Chi ha Fede è come se già sapesse tutto in anticipo: non ha dubbi, non è capace di meraviglia e come dice Aristotele: “La meraviglia è il principio della ricerca”. Chi ha Fede non è disposto a riconoscere i propri errori, e noi senza l’aiuto degli errori non siamo nessuno. La Fede è obbedienza pronta, cieca e assoluta.
Io, devo ammetterlo, per tanto tempo sono stata un punto esclamativo: la parola certezza è stata al centro della mia vita personale e lavorativa. E questo – forse – anche perché quando si è giovani la ricerca di una propria identità porta inevitabilmente a cercare punti fermi e certi.
Agli inizi del mio percorso professionale, ad esempio – quando si è ancora figli dei propri maestri (e dei quali accogliamo a piene mani la loro eredità) – il mio obiettivo era quello di definire, di scolpire nella roccia la struttura perfetta delle mie lezioni, gli esercizi più belli e maggiormente efficaci, l’approccio giusto e vincente di ogni mia percorso didattico e formativo.
Poi, negli anni, le esperienze, le passioni, gli incontri, i confronti, hanno pian piano aperto la strada della ricerca e della sperimentazione; una strada nella quale non c’è spazio per i punti esclamativi, ma solo per quelli interrogativi.
Il dubbio come domanda di partenza, quindi, ma anche come domanda di arrivo: una condizione mentale che porta a stare allerta, a farti trovare sempre pronta a mettere in discussione ciò che fai, ma in totale serenità.
Il dubbio come atteggiamento metodologico
Il dubbio, quindi, non inteso come condizione psicologica negativa di incertezza, di insicurezza, ma il dubbio come atteggiamento metodologico.
In diverse filosofie il dubbio è infatti una volontaria sospensione del giudizio.
Per gli scettici, ad esempio, dubitare di ogni teoria o affermazione è necessario nel momento in cui si concorda sul fatto che nessuna conoscenza certa è possibile. E questo è un fatto che possiamo constatare facilmente in tutto ciò che ci circonda.
Per esempio, quante teorie psicologiche legate all’apprendimento sono state ritenute valide per decenni e oggi, grazie agli studi più recenti delle neuroscienze, non solo sono più?
Ecco che così solo il dubbio è paradossalmente l’unica circostanza certa e indubitale (come arriva a dire Cartesio).
Ora, se consideriamo anche l’insegnamento un percorso di ricerca e sperimentazione a pieno titolo, ecco che le teorie e i metodi sono sicuramente fonti a cui attingere, da cui lasciarsi ispirare, magari contaminandole tra loro, ma non una fede cieca da seguire.
Howard Gardner esprime questo concetto del dubbio in ambito educativo – e quindi la necessità di aprirsi a metodologie diverse e alla sperimentazione – con una frase che, per la sua capacità di racchiudere un concetto così complesso in poche parole, meriterebbe di essere incorniciata e appesa in bella mostra in tutte le aule del mondo:
L’arte dell’insegnare è la capacità di resistere alle formule.
Noi artisti, ad esempio, esprimiamo lo stesso concetto, ma in un modo diverso: durante il processo creativo spesso ci ripetiamo di non affezionarci troppo a un’idea, altrimenti, poi, è difficile lasciarla andare di fronte a una migliore o – ancora di più – altrimenti è difficile persino riconoscerne una migliore!
Concludendo…
A questo punto si potrebbe fare la stessa obiezione che De Crescenzo fa al professore Colella.
De Crescenzo: “Un minimo di fede ci vuole, però, per iniziare un’impresa. Senza la Fede non avremmo scoperto l’America e la penicillina“.
Colella: “Sì, però deve essere una Fede che nasce dal Dubbio, che sappia imparare dagli errori: quella che io chiamo la “Fede a occhi aperti”…”
Ecco: noi dell’Accademia degli Stracuriosi vorremmo un esercito di insegnanti che credono in ciò che fanno, ma con scetticismo ovvero senza mai precludersi la possibilità del dubbio, sempre pronti a mettere in discussione il proprio metodo e a sospendere il giudizio nei confronti dei propri bambini.
Insomma, insegnanti di fede, sicuramente, ma di una fede… a occhi aperti!
Questo articolo fa parte della rubrica: “Il metodo Stracuriosi dalla A alla Z”. Settimana dopo settimana, lettera dopo lettera, condivideremo con voi quali sono i principi, i valori, le parole chiave alla base del nostro metodo. Scopri tutte le altre lettere.








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